PIETRO
MANCUSO
Note Biografiche
Pietro Mancuso è nato a Valdobbiadene (TV) nel settembre
1944. I luoghi, che lo vedono ragazzo e giovane,
particolarmente sensibile agli stimoli della natura e della
gente, lo definiscono particolarmente. Un’accentuata aura
di profonda malinconia è ancora presente in queste terre
così martoriate all’indomani di ben due conflitti mondiali
che hanno segnato la popolazione tutta per generazioni e
generazioni. Lungo la riva sinistra del fiume Piave si
respira ancora la tragedia e l’atmosfera, pregna di
sulfurea rassegnazione, non abbandona quei luoghi e quelle
persone.
Ma è un ambiente ricco e generoso verso i suoi figli: ai
piedi del Monte Cesena si coltiva la vite che produce
profumati e prelibati grappoli d’uva. Tale abbondanza
finirà con il contraddistinguere questi luoghi, protetti
dai monti a nord ed aperti al sole e alla luce a sud,
nell’immensa campagna trevigiana che si dilata verso
Venezia. Sarà proprio questo paesaggio a catturare la
sensibilità del giovane Mancuso che lo sceglierà come
soggetto principale delle sue prime prove grafiche e
pittoriche.
Del resto proprio i prodotti della sua terra diventeranno
una costante lungo tutto il suo percorso artistico. Già fin
dall’inizio il giovane Mancuso sceglie l’arte come sua
fedele compagna, una scelta difficile e coraggiosa per
quegli anni. Queste terre, infatti, si sono viste spesso
abbandonate e private di molte energie umane che hanno
optato per altre destinazioni alla ricerca di professioni
più redditizie o almeno in grado di permettere la
sopravvivenza. In quel periodo post-bellico emigrare era
una costante per molta gente veneta soprattutto per tutti
quei giovani che non avevano opportunità di accedere a
professioni più interessanti ed innovative. Così è stato
anche per Mancuso, dal 1962, infatti, risiede in Svizzera,
a Basilea. In questa capitale industriale dell’Europa non
esita, come alternativa ad improvvisate scelte lavorative,
a concentrare la sua attenzione sulla pittura. Saranno
esperienze fugaci, espressioni di fedeltà a scelte
primordiali. Si sposta in seguito a Rotterdam, in Olanda,
da qui l’inquietudine giovanile lo porta a cercare il
“nuovo” in alcune delle città dell’Europa industriale in
cui il commercio porta quel lavoro così difficile da
trovare a casa. E’ durante questo periodo che egli ha modo
di confrontarsi con quell’arte dalle profonde radici,
custodita gelosamente nelle antiche cattedrali e patrimonio
d’importanti collezioni di sovrani e ricchi mercanti, oggi
esposte in pubblici musei. A questa pittura cercherà di
rifarsi a piccoli passi, ma il confronto più intenso e
vivace avverrà con le espressioni della giovane arte
europea, di quell’avanguardia che ha dato, in storicizzati
movimenti e in radicate categorie, le sue migliori
realizzazioni. Soprattutto sarà attirato
dall’Espressionismo tedesco di Kirchner e di Heckel, sarà
oltremodo affascinato dalla Sposa del vento, un dipinto di
Oskar Kokoschka, del 1914 che vede esposto al Kunstmuseum
di Basilea. Quelle livide pennellate, marezzate da incisive
linee bianche lo catturano, lo sconvolgono al punto di
convincerlo a diventare definitivamente pittore. L’
atmosfera viva e fervida che respira a Breda e,
successivamente, a L’Aja, negli anni 1964-1965, dove ha
modo di proporsi anche in alcune mostre personali, quasi
iniziative di dopolavoro, lo convince sempre di più a
tuffarsi a capofitto nell’apprendimento della tecnica e dei
segreti della pittura e della scultura.
L’attenzione che il grande artista viennese aveva concesso
all’introspezione e soprattutto allo studio profondo
dell’opera freudiana, convince il Nostro a concentrarsi
sempre di più su temi che sussurrano dall’inconscio
fantasmi e immagini oniriche, legate al sogno e alla
ricerca dei fenomeni dell’inconscio. La sua predilezione
per l’elemento curvilineo, che si esprime in flessuose
pennellate e con impasti cromatici contrastanti, ha
sicuramente origine dalla visione e dalla profonda
riflessione che Mancuso fa sulla produzione dell’arte
europea all’indomani del Primo conflitto mondiale. Non è
ancora attirato dalle geometrie dei grandi protagonisti
della pittura e della scultura europea degli ultimi anni
del Secolo passato, preferisce una poesia della solitudine
come la esprime Maurice Utrillo o una scelta determinante e
incisiva alla Georges Rouault di cui apprezza soprattutto i
risvolti tonali e la ricchezza materica.
Nel 1967 Mancuso è di ritorno in terra veneta e
Valdobbiadene, che, nel frattempo ha scoperto alcune punte
di sfondamento della cultura veneta, ritornerà ad essere
ancora la sua “terra”. Ma il tempo della formazione incalza
e lui non esita a destinare tempi e modi per conoscere i
segreti del colore ed all’acquisizione dei processi
pittorici alla guida del maestro Mario De Biasi. Rivolge
molta attenzione anche al disegno, sperimentando tecniche
antiche e procedimenti espressivi appresi dai capolavori
veneziani degli artisti veneti. Lo affascina il paesaggio
de La tempesta di Giorgione che continua ad ammirare alle
Gallerie dell’Accademia, ma è catturato anche dai toni di
colore del Tiziano, così come è attratto dalla folla di
figure di Veronese e di Tintoretto. Dimostra in questo modo
di essere un pittore veneto, le cui radici coloristiche
sono congenite e tali da emergere sempre, sembrerà quasi
soccombere sotto il peso della storia dell’arte italiana e
veneta in particolare.
Mancuso cercherà di approfondire la sua formazione
confrontandosi e studiando i grandi maestri del
Rinascimento italiano, spronato da Giuseppe Mazzariol,
docente di Storia dell’Arte all’Università di Venezia, si
avventurerà alla ricerca della sua “verità” che, alla fine,
sarà rintracciata e mediata dall’aiuto di questi giganti
della cultura, della storia e dell’arte di una terra come
il Veneto che tanto ha dato alla civiltà figurativa.
All’esposizione personale ad Asolo, Giovanni Comisso non
esiterà ad apprezzare la sua arte e le sue parole
elogiative lo convinceranno di essersi avviato sul giusto
cammino e di aver scelto per la vita la professione più
appropriata. Quando a Belluno, nel 1969, Virgilio Guidi,
uno dei maestri dell’arte italiana del Novecento, gli
consegnerà il “Primo Premio Città di Belluno” per la
pittura, Mancuso avrà un’ulteriore conferma.
Sono questi gli anni in cui l’artista si sprofonda nella
ricerca interiore sottoponendosi a ferree autoanalisi, alla
ricerca della “sua” maniera di rappresentare quel
ricchissimo bagaglio interiore che ha sedimentato in questi
anni d’istruzione e di apprendimento. Si ripropone al
pubblico solo nel 1977, proprio nella sua città, a
Valdobbiadene, con una mostra personale dal titolo
“Metamorfosi nell’arte” e l’apprezzamento della critica lo
convince a continuare sulla “nuova” strada.
G. Follandor sottolinea su “La Tribuna”, il quotidiano di
Treviso, come: “In Pietro Mancuso la metamorfosi continua.
Forse è provocata da una tensione che è innata nello stesso
artista. La volontà non solo di produrre, ma di ricercare
un equilibrio di forme, soggetti, situazioni, al di là
della semplice constatazione della realtà, sta diventando,
soprattutto nella grafica, la forza traino di una
interpretazione psicologica dell’uomo e dello stesso
paesaggio umanizzato. Ma è nei confronti dell’uomo e delle
sue creazioni che Mancuso vuole, in un certo senso,
scoprire la sua primordialità, quasi in una vivisezione
anatomica attraverso la quale il realismo entri in perfetto
connubio con l’evolversi di un sentimento della genesi
delle forme, dove il tocco o il segno non siano solo
simboli di creazioni fantastiche, ma messaggio
incontaminato di un ‘essere’ per una vita nel mondo e nella
stessa società nella quale, voglia o no, il tormento della
sopravvivenza sta diventando il tema dominante”.
Il bisogno urgente di rapportarsi continuamente all’essenza
stessa dell’arte lo porta ad iscriversi all’Accademia di
Belle Arti di Venezia, dove frequenta i corsi di disegno e
di pittura di Renato Borsato e le lezioni di Storia
dell’Arte di Mariano Missaglia. Alla Fondazione Cini di
Venezia partecipa alle lezioni di Bruno Zevi sulla scuola
del Bauhaus.
In questi anni si avvicenda una serie di iniziative
espositive che lo vede protagonista in Italia Meridionale,
a Potenza e successivamente a Salerno e, nello stesso
tempo, intraprende alcune importanti partecipazioni: a
Sydney in Australia, nel 1982, e l’anno successivo a
Montreal, in Canada.
L’approccio alla forma di interpretazione “surrealista” è
determinante in questi anni. Lo affascinano soprattutto De
Chirico ed il fratello, ma è una rivelazione La vestizione
della sposa (1940) di Max Ernst che Mancuso ammira a
Venezia al Museo Peggy Guggenheim. Però ne prende
immediatamente le distanze, fornendo una sua cifra
stilistica che si accosta di più a Savinio, di cui sa
leggere quei “valori plastici” così deformanti ed
esplosivi, poco distanti da un certo ermetismo.
La sua è l’interpretazione di un quotidiano abitato dal
silenzio. Le sue figure diventano “erotiche” al di là della
sensualità ed i suoi gesti sono utili solo all’interno del
quadro.
Nel 1984 ad Agordo, sempre in terra veneta, viene allestita
una sua personale, dove espone più di cento opere e
realizza una grande tela destinata alla Municipalità.
Si susseguono premi e riconoscimenti nazionali fra i quali
l’ “Ippocampo d’oro” primo premio della RAI ad un artista
italiano. Nel 1984, Pietro Mancuso ritorna a Belluno, con
una personale presentata da Franco Morales, che non esita a
sottolineare i valori plastici e cromatici, nonché la
profondità interpretativa delle sue popolate tavole, ricche
di oniriche raffigurazioni, mediate dalla lettura di grandi
maestri italiani del Novecento. Mancuso è presente alla
manifestazione “Arte e poesia nella Marca Gioiosa” cui
aderiscono Andrea Zanzotto, Francesco Gobbato, dove poesia
e pittura rappresentano un connubio che si sottopone al
dibattito pubblico. Francesco Gobbato nei suoi scritti non
approfondirà, con molta intensità e trasporto, i valori
dell’arte di Mancuso. Lo spettatore non è capace di
identificarsi con i personaggi, perché essi fanno parte
solo di una realtà che “non si vede”per cui quel processo
di immedesimazione, che è proprio dell’osservatore, non va
al di là dell’evento e dell’azione stessa.
Quando a Mestre nel 1986, alla Galleria d’arte “La
Ciotola”, l’artista si presenta con alcuni disegni
realizzati a puntasecca, tecnica sofisticata e che non
perdona, Mario Stefani, sul quotidiano “Il Gazzettino”,
sottolinea come l’esposizione si presenti “interessante per
il gusto fortemente surreale che pervade le opere di
Mancuso. Forme inquiete, fiori, api, insetti che pendono
forma, quasi evocati da piante o da altre forme, danno alla
sua opera movimenti simbolici ricchi di suggestioni e di
interiorità. Immagini che emergono dal fondo […] con
diversi colori, turbano lo spettatore, lo avvincono come in
certi raccolti di Novalis, lo affascinano, lo costringono
ad una più attenta lettura. L’aspetto onirico è pur sempre
presente anche nelle due sculture lignee piene di movimenti
e suggestioni felici”.
Una novità di questo periodo sarà proprio la scultura
lignea, d’altra parte, implicita nella sua personalità
artistica: Mancuso ama il legno come parte di sé ed usa la
scultura come strumento per appagare quel bisogno di
tridimensionalità e di libertà che la pittura non gli
permette. La critica saprà cogliere in queste opere,
esposte ad Asiago, “l’eclettismo della ricerca pittorica e
l’insistenza nella scansione formale che gli permettono di
presagire un allargamento dei suoi interessi artistici ed
una spiccata propensione per il tuttotondo”.
A Venezia nel 1989, quando l’artista espone alla collettiva
“Venice for You”, a San Vidal, si potrà apprezzare un
rinnovato incontro con Guidi.
Mancuso è approdato alla visione dei grandi maestri del
Simbolismo e della Pittura Metafisica. Ha rinnovato così la
sua “maniera” di approccio all’arte della pittura, della
scultura e del disegno. Il senso di evoluzione metamorfico
è diventato ora più lucido, duro ed ossessivo; il
cangiantismo lo arricchisce di una carica simbolica,
metafisica che si immerge sempre di più verso
l’introspezione onirica. Cogliere frontalmente la realtà
vuol dire per Mancuso aprirsi ad una pittura satura di
verità interiore. L’attenzione di alcuni critici nei
confronti dell’arte di Pietro Mancuso si è intensificata
negli anni Novanta: Paolo Rizzi e Ottorino Stefano gli
hanno dedicato pagine attente e profonde. La sua ricerca
artistica è stata accompagnata da nuove esperienze
internazionali a New York e, successivamente, alla
“Contemporary Art Expo” di Tokio, e poi in Francia ed in
Gran Bretagna. Il nuovo ciclo di Mancuso è iniziato a
Trieste, proprio con Paolo Rizzi, la cui monografia rimane
ancora un testo determinante per la lettura della sua
opera.
A partire dagli anni Novanta del Secolo scorso e nei primi
anni del nuovo Secolo
si assiste al passaggio da questo suggestivo intreccio di
espressionismo metafisico-surreale, ad un suo stile che
traduce un fortissimo lirismo emozionale in una pittura
dell’inconscio, lo si evince dalla forte presenza di
soggetti legati a queste tematiche, presenti in opere con
cui ha partecipato ad alcune mostre personali fra le quali
vanno sottolineate quelle al Teatro Accademico di
Castelfranco Veneto (1989 e 1990), al Palazzo “Piazzoni” di
Serravalle di Vittorio Veneto (TV) nel 1992, a Villa Benzi
di Caerano San Marco (TV) nel 1998, al Museo e Gipsoteca
Canoviana di Possagno e al Centro Culturale di Asolo nel
2003, alla personale del Caffè Pedrocchi di Padova nel
2007.
L’intensità lavorativa dell’artista si è concentrata,
soprattutto in questi ultimi anni, nella produzione di
opere che rappresentano un mondo appartato e solitario, di
un vissuto esplicito e turbato nei confronti di
un’esperienza quasi “metamorfica”, tesa alla traduzione
reale sulla tavola, supporto ancora prediletto da Mancuso,
di quell’atteggiamento spirituale profondo e non
verbalizzante che tenta di rappresentare ciò che il
cosciente permette di leggere dall’inconscio.
L’esasperazione di alcune tavole conduce l’artista verso
un’elaborazione stilistica che, alle volte, si manifesta in
autentiche esplosioni figurative. Così Mancuso sta
cavalcando questo primo decennio del nuovo Secolo, in cui
la tecnologia non è ancora riuscita a sostituirsi all’umano
ed alla sua inesauribile creatività.
Mario Guderzo, in Pietro
Mancuso, Catalogo Generale, a cura di Paolo Levi e Mario
Guderzo, Milano 2008.
MOSTRE
COLLETTIVE E PERSONALI
1964
Mostra personale, Breda (Olanda)
1965
Mostra personale, L’Aja (Olanda)
1968
Mostra personale, Asolo (Treviso)
Mostra personale, Treviso
1969
I° Premio Città di Belluno, Belluno
1981
Mostra personale, Potenza
Mostra personale, Salerno
1982
Mostra personale, Sydney (Australia)
1983
Mostra personale, Montreal (Canada)
Galleria Arte 3, Belluno
1984
Villa Brandolini, Pieve di Soligo (Treviso)
Palazzo De Manzoni, Agordo (Belluno)
1985
I° Premio della RAI “L’Ippocampo d’Oro”,
Roma
1986
Galleria La Ciotola, Venezia
Galleria d’Arte Gigli, Venezia
Galleria d’Arte Bencivenga, Asiago (Vicenza)
Sala espositiva Brotto, Cornuda (Treviso)
1987
Galleria d’Arte Bencivenga, Vicenza
Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (Padova)
1988
Chiesa dell’Angelo, Bassano del Grappa (Vicenza)
Galleria Lo Scrigno, Treviso
Palazzo Piazzoni, Tolmezzo (Udine)
Chiesa San Vidal, Venezia
Art Expo, Bergamo
1989
Contemporary Art Expo, Tokyo
Sala delle Esposizioni della Camera di Commercio
Italiana, Parigi
Teatro Accademico, Castelfranco Veneto
(Treviso)
1990
Teatro Accademico, Castelfranco Veneto
(Treviso)
1992
Palazzo Piazzoni, Serravalle di Vittorio Veneto
(Treviso)
1998
Villa Benzi, Caerano San Marco (Treviso)
1999
Piccola Barchessa, Montebelluna (Treviso)
2001
Asolo Golf Club, Asolo (Treviso)
2003
Museo e Gipsoteca Canoviana, Possagno
(Treviso)
2006
Centro Cuturale La Fornace, Asolo
(Treviso)
2007
Caffè Pedrocchi, Padova
2008
Profondissimi Silenzi, Palermo
2008-2009 Mancuso, Alfiere dell’Arte - Marostica, (Vicenza)