NOTE BIOGRAFICHE

Ha compiuto i suoi studi presso l’Accademia Cignaroli di Verona, dove è poi ritornato quale titolare della Cattedra di affresco; è stato inoltre insegnante di figura presso il Liceo Artistico Statale dal 1967 al 1979.
Dal 1963 è titolare della Cattedra di pittura presso l’Accademia Cignaroli, della quale è stato anche Direttore dal 1982 al 1985.
Sempre presente alle più importanti manifestazioni d’arte nazionali ed internazionali, la sua attività artistica punteggiata di successi e sue opere figurano in varie collezioni pubbliche e private, italiane e straniere.
Di anno in anno, le partecipazioni sono sempre più numerose e i riconoscimenti frequenti.
E’ alla Biennale di Venezia nel 1950, anno in cui viene premiato con tavolozza d’argento al “Nazionale di Pittura F. Michetti”.
Sempre nel ’50 è presente alla Mostra dei due secoli dell’Accademia Cignaroli di Verona, al premio Suzzara, all’Angelicum di Milano. L’anno seguente partecipa alla Quadriennale d’Arte di Roma e Torino, al Premio Roma per la Figura, alla 1° Biennale internazionale d’arte Marinara di Genova. Espone alle Mostre Nazionali di Messina, Monza e Gallarate e al premio di Pittura di Clusone.
Non manca alla 1° Biennale Nazionale di Verona, alla quale ritorna nel ’53 e nel ’55, né alla Biennale Triveneta di Padova, dove s ripresenta negli stessi anni ’53 e ’55.
Nel ’53 ritorna al Premio Burano dove già si era presentato nel ’51 e partecipa al Premio Brescia.
Anche negli anni seguenti è presente a tutte le Biennali Nazionali di Verona e alle Biennali Trivenete di Padova, nonché ad altre numerose manifestazioni artistiche, conseguendo significativi riconoscimenti e premi.
La stagione del 1956 ha visto quello che la stampa ha definito “un approdo” per Aldo Tavella, nella Mostra alla Galleria Scala di Verona. Silvio Bertoldi ha scritto a questo proposito: “E’ arrivato per Tavella il momento dei bilanci, dei consuntivi, forse della scelta; ossia il momento di porre in discussione l’intera validità di una produzione pluriennale, perseguita con ammirevole serietà, punteggiata di successi e di soddisfazioni”.
L’artista ha raggiunto, nella vita, la stazione della piena estate. E’ naturale ed umano, è necessario che egli abbia considerato dentro di sé il cammino percorso … E questo è stato un approdo sicuro.
Il bilancio di questo periodo di fatiche e di studio, il consuntivo di ricerca e di approfondimento tematico, formale ed inventivo, è positivo.
Non saremo noi a voler scoprire, oggi, le qualità di pittore di Tavella: che sono sempre state la serietà dell’impianto costruttivo del quadro, secondo una lezione non immemore di Cezanne; l’intelligente novità della figurazione, pur nel rispetto di una atmosfera sottilmente romantica che rivela agli attenti le segrete inclinazioni dell’anima; il colore scrupolosamente costruito sulla tavolozza, come accade a chi deve ricavare i toni dallo studio, piuttosto che dalla fantasia.
Ebbene, tutte queste doti ci paiono oggi consolidate e rafforzate. Ci sembra anzi che altre se ne siano aggiunte come – per esempio – l’allargamento degli interessi prettamente pittorici (tocco, impasti, gradazioni cromatiche, tono, taglio dell’immagine) e il successo conseguito nel rendere sicura la propria “sigla creativa, cioè quel dono di personalizzare la creazione fino a farla distinguere d’acchito e con certezza”.
I giudizi della critica testimoniano della vitalità di questo pittore e delle sue doti e della sua anima. Il Verzellesi nel giornale “L’Arena” in occasione di una personale alla Galleria Novelli nel 1971 così riportava tra l’altro: “alle clamorose soluzioni di continuità che ricorrono negli itinerari dei professionisti dell’avanguardia più svagata, Tavelle ha seguitato a contrapporre un rifiuto fermo, non meno risoluto e pungente della sua ironia per i conservatori troppo accidiosi, capaci di continuare a ripetersi scambiando la coerenza dello stile, che implica continue varianti con una sorta di canonicato, fatto di abitudinarie esercitazioni sempre più macchinali”.
Per quanto riguarda forma e stile, è interessante rileggere un altro giudizio scritto nell’opuscolo di presentazione di una recentissima mostra curata dall’Associazione Artestudio e dedicata al Tavella nel periodo denominato “dell’approdo” sopra accennato: “fatto è che nei quadri di Tavella non solo le forme si situano sui piani limite che invariabilmente definiscono e chiudono lo sfondo, ma anche le suggestioni di uno spazio aperto, pur rese con istintiva immediatezza, si risolvono in una pittura di paesaggio che nulla perde della consueta solidità di impianto. Al punto che perfino il piano dell’orizzonte o addirittura la porzione del cielo non diventano varco allo spazio e dalla luce, ma si propongono, senza deroga, come altrettanti ed essenziali elementi dell’incastro compositivo. Pittura densa e materica quindi e composizioni serrate: anche quando la pennellata porta con sé impasti cromatici di più pregnante sensorialità. Una pittura dove la luce non viene realisticamente affidata ad un preciso punto d’incidenza, ma ‘nasce dallo stesso impasto pittorico, in un’analisi segreta degli oggetti’ (Brindisi), finendo poi con il collocarli in una sorta di sospensione senza tempo, talora venata di malinconia.
Per Aldo Tavella pittore il viaggio continua ancora fervido e vitale, nella fedeltà ad una vocazione, nella ricerca e nella serenità, diventando sempre più eloquente.
Negli ultimi venti anni l’artista veneto ha continuato a proporre ed esporre i suoi dipinti. Sue mostre sono state realizzate a Verona, Milano, Roma e nelle più importanti capitali europee.
Nel 1992, infine, il Comune di Verona ha voluto tributare un omaggio a questo suo grande figlio ospitandolo nel Palazzo della Gran Guardia con un’antologica che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica.
(Ugo Ronfani, Note biografiche, in Tra estetica e magia. Aldo Tavella, Verona 1996, pp. 11-13).

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